25 Rules for mothers of boys
dicembre 14, 2012 § 2 commenti
Oggi sono inciampata in questo articolo ”25 regole per madri di figli maschi”. Non ho saputo resistergli. Io mi sento molto una madre di figlio maschio. Secondo me le differenze di generi (e ruoli) esistono. Non le trovo rappresentate nei paradigmi dell’azzuro vs. il rosa. Macchinine vs. bambole. Gonna vs. pantaloni. E non le ritengo ingessate. Ma ci sono. Quindi mi piace insegnare a Filippo ad essere un uomo galante e cavaliere. A saper fare il primo passo (cosa che invero insegnerei anche ad una femmina, ma non era più bello quando lo sapevano fare anche gli uomini?).
Nell’elenco che ho letto questa mattina, mi sono piaciute in particolare tre regole.
Insegnagli a ballare. Che per me significa anche a lasciarsi andare. Fallo perdere. Imparare la sconfitta. Che saper perdere ed accettare i propri limiti con umiltà è importante per imparare a focalizzarsi su quelli che sono davvero i propri talenti.
Portalo in un posto nuovo. La mattina mentre siamo sul bidet, facciamo finta di essere in aereo. Di solito andiamo a Las Vegas. Oggi è voluto andare a San Francisco. Chissà se vale come posto nuovo.
Nella foto (trovata su tumblur) la ballerina Carmen de Lavallade con il suo bambino di 3 anni.
Baci
luglio 19, 2012 § Lascia un commento
Quando vedevo in qualche film americano mamme che baciavano i propri figli sulla bocca, facevo sempre la faccia storta. Eppure. Dal primo giorno. Ho sempre avuto con Filippo questo istinto al bacio in bocca. Tanto che a volte papàdifilippo dice “Basta voi due!”. Filippo, d’altro canto, bacia in bocca solo me. Cioè il papà, i nonni, la baby-sitter non li bacia mai così. Credo cha abbia capito che si tratta di un bacio speciale. Anche perchè quando Ludovica (2 anni) questo weekend lo ha baciato sulla bocca, si è girato verso di me e ha detto contento ”Sulla bocca!”. foto via pinterest
TinkerLab
maggio 18, 2012 § 2 commenti
Ieri ho trovato questo sito. Sulla creatività. Sull’infanzia. Sul crescere. Nessun pensiero originale, invero. Ma concetti chiari ed esempi riapplicabili. Come il post su come aiutare l’autostima. La fiducia in sè stessi. E verso il mondo. Che secondo me vale per i bambini. Come per gli adulti. Sperimentare. E vedere cosa succede. Provare un colore, un modello di gonna mai indossato. Essere indipendenti. E riuscire a portare riuscire finalmente a fare qualche kilometro in macchina da sola con un nano. Immaginare. Che il barista che ti ha servito il cappuccino abbia pensato “che donna bellissima!” anche se siamo uscite senza trucco e senza aver salutato la spazzola. Esplorare. Un’amicizia. Un’opportunità. Una nuova filosofia. Una strada diversa per andare a lavoro. Innovare. La ricetta della suocera e fare un figurone. Curiosare. Per blog. Per mercatini. Per tutto ciò che si trova dietro l’angolo. Senza lasciarsi annoiare dal quotidiano.
Letture vintage
febbraio 23, 2012 § 2 commenti
Sul mio comodino, c’è un libro di Benjamin Spock, anno 1968. Lo tengo lì da un po’ perche mi piace tanto l’immagine del bimbo in copertina ed la nuance di giallo sbiadito che ormai colora la copertina. Ieri sera, per annegare la mia insonnia da coca cola, ne ho letto qualche pagina. Al capitolo Bambino di un anno. Paragrafi su Come trattarlo. La strategia dettata per indurlo a lasciare stare certe cose (tipo lampade, prese dell’elettricità, e così via) si basa sull’induzione alla distrazione. Approfittando dell’enorme curiosità del bambino, Spock consiglia di distrarre e distogliere al posto di negare e vietare. “Non dite “no” con tono di sfida, restando all’estremità della stanza. Ciò gli offrirà la possibilità di scegliere…il suo istinto lo incita a far tentativi e burlarsi degli ordini…è probabile che continui ad avvicinarsi alla lampada tenendovi d’occhio, per vedere quanto vi stizzite…quando scuotete il dito con aria di disapprovazione e dite “Nooo” rendete più difficile rinunciare…non impegnatevi in una lotta di volontà…offritegli la possibilità di rinunciare con buona grazia o dimenticare, « Leggi il seguito di questo articolo »
Della serie role model: intervista ad Elena Turini, mamma x 7 figli
gennaio 26, 2012 § 1 commento
Elena l’ho conosciuta durante l’ultimo giveaway. Si è firmata Elenamammax7. Ed io, che stento a trovare il coraggio per mettere a cantiere il secondo, non potevo non contattarla. E metterla tra le mie role model. Dal nostro scambio di email ho guadagnato. Un tuffo nell’ottimismo. Nello spirito di solidarietà. E una vista nuova: di quanto possa essere quotidiano quello che alla mia mente sembra impossibile. La famiglia di Elena è anche protagonista di una trasmissione tv. Romanzo Familiare. La trovate qui. Di seguito, invece, i miei punti interrogativi. E la sua visione del mondo. Compreso un punto di vista tutto nuovo (per me!) su primogeniti e secondi figli…
Il tuo ritmo di vita è stata l’assoluta normalità fino a poche generazioni fà. Oggi, sei una donna controcorrente. Come ti senti nei panni di un’anticonformista?
Una paio di premesse. La prima: la mia, anzi, la nostra scelta (mia e di mio marito) e’ stata consapevole: i figli non li abbiamo “subiti”, ma “voluti”. Alcuni di loro sono “non programmati”. Nel senso che non abbiamo calcolato quando averli. Ma eravamo consapevoli che potevano arrivare il quel preciso momento. Percio’ oltre a “Tutti vostri?” “Sì!” Anche ”Tutti desiderati?” “Sì!”.
Secondo. Io non mi ritengo una mamma da prendere per esempio. La mia non e’ una scelta assoluta giusta universalmente, ma è la MIA scelta, la NOSTRA scelta, personale. Anzi personalissima. Ed un’ultima cosa: io e mio marito siamo dell’idea che in tutte le famiglie (e più che mai in una come la nostra) sia giusto che viva la collaborazione. A me viene in mente l’esempio degli ingranaggi dell’orologio, che concorrono ciascuno, chi in misura minore, chi in misura maggiore al corretto funzionamento del meccanismo. Però…non abbiamo mai voluto responsabilizzare eccessivamente i figli grandi. Ovvero: collaborazione sì, perche’ abbiamo impostato un’educazione volta a capire anche il bene altrui e non solo il proprio, in una societa’ dove l’individualismo sfrenato fa’ da padrone (cosa che non ci piace), ma non abbiamo mai voluto e mai vorremo che loro si sostituiscano a noi! Perche’ sappiamo bene, che il nostro tipo di famiglia e’ splendida se ben impostata quando si e’ bambini, splendida se tutto va bene quando si e’ adulti, ma pesante per gli adolescenti. E così agiamo di conseguenza.
Ed ora ti rispondo: io anticonformista lo sono sempre stata, ma per natura. « Leggi il seguito di questo articolo »
No&Capricci
gennaio 19, 2012 § 2 commenti
Filippo è nella fase dei no. Dice no in continuazione. E quando piange. E’ una mitragliatrice di no. No. No. No. Un po’ i suoi no mi fanno ridere. A volte, la “o” è così lunga che sembrano quasi un sì. Sì, ho capito che è no. A volte, sono un’affermazione di scelta e personalità. Un no di libertà. Che mi piace. E mi piace rispettare. Altre volte, invece, sono solo la voce di un capriccio. I suoi primi “temper tantrums”. Un no verso un non so cosa. Che non riesce a dominare. Come stamattina. Era tutto un no. no. no. Filippo ma cosa no? Nooo. Noooo. E più era nooo. Ultimamente in caso di capricci utilizzo un trucchetto che ho letto sul libro di tata Lucia “Fate i bravi – Zero tre anni.” Quando Filippo inizia a sbattere i piedi per terra. Senza senso. Gli parlo di un gattino. Con voce languida.”Te lo ricordi Filippo il gattino?”. “Com’era calmo!”. “Se ne stava fermo fermo, vero?”, “Che verso faceva?” Non so perchè. Ma funziona. Filippo all’immagine del gattino si rilassa. Il capriccio si dissolve. E i no, diventano tutto un ao, ao (il verso del gatto secondo Filippo). E chissà di quale gattino si ricorda. Che spesso « Leggi il seguito di questo articolo »
Imparare a leggere a tre anni
aprile 26, 2011 § 5 commenti
Una mia carissima amica, nonchè mamma di riferimento nella prospettiva dell’educazione, mi ha prestato il libro di Glenn Doman “Imparare a leggere a tre anni”. Sottotitolo: i bambini possono, vogliono, debbono imparare a leggere. Premetto immediatamente che quando mi scrisse che stava leggendo questo libro, ne era entusiasta ed avrebbe presto iniziato ad insegnare al suo bimbo più piccolo a leggere, la mia prima reazione è stata “Oh povero bambino!” seguito da “Poi in prima elementare si annoierà!?”. E così è stata anche la reazione di Valeria, quando ieri le ho raccontato che stavo leggendo questo libro, ne ero entusiasta ed avrei presto iniziato ad insegnare Filippo a leggere. “Perchè bruciare le tappe?!” e tra le righe “Perchè forzare un bambino a diventare un piccolo Einstein?”.
Ovviamente sia la mia cara amica sia io abbiamo prontamente risposto con tutti gli argomenti offerti da Doman per rispondere a questi dubbi ed interrogativi.
Ma forse la vera risposta potrebbe essere: perchè imparare a parlare SI, ed imparare a leggere NO? e ancora, ma perchè leggere è peccato? non è divertente? Leggere non è un gioco? Cosa c’è di sbagliato ad insegnare un gioco in più? Forse è la copertina del libro che è un po’ fuorviante….in effetti non immagino che Filippo legga a 3 anni il Financial Time…piuttosto un Topolino…
Ho cercato un po’ nel web
ed ho trovato molto interessante il dibattito-approfondimento nato dal post del blog di equAzioni sullo stesso argomento.
Per me il punto è offrire ai bambini delle chiavi per aprire delle porte. Possibilità. Se poi, vorranno leggere, praticare uno sport o parlare in inglese, lo faranno. Altrimenti, pace.
Dal mio punto di vista, i contro non nascono mai dall’insegnare, dal proporre, ma dall’ostinarsi a fargli imparare e peggio dal desiderio di vederli eccellere.
Quando ero piccola la mia mamma ha voluto insegnarmi a suonare il pianoforte. Mi ha comprato un pianoforte. Ha trovato un’insegnante. Ma devo ammettere, che non mi ha mai chiesto o tantomeno costretta a fare gli esercizi (che puntualmente non facevo perchè pigra e perchè timida e timorosa che tutto il palazzo conoscesse i miei errori..). Certo, non sono diventata una pianista. Invero, non ho imparato a suonare granchè bene, ma con un po’ di riscaldamento, qualcosa dal pianoforte la tiro fuori. E ne sono contenta. E’ un pezzetto in più di me. E devo dire che mi piacerebbe averne ancora altri.
Qui di seguito troverete una sintesi del metodo, nel caso siate interessati o curiosi. Il periodo migliore per iniziare è due anni. Ma con alcune modifiche si può iniziare prima (nel libro scrive otto mesi).
Quindi se siete in maternity leave del “secondo” oppure avete preso una lunga aspettativa…
Subito, vi riporto le due considerazioni che mi sono piaciti di più.
Numero 1: l’entusiamo (dell’insegnante) migliora e velocizza l’apprendimento. Inizialmente, Doman e gli altri ricercatori avevano conferito maggior credito e possibilità di successo a quello che avevano identificato come il gruppo delle mamme “intellettuali”, più istruite e sofisticate nel linguaggio.
E’ stato scoperto in seguito, che, invero, era il gruppo delle mamme-entusiaste, quelle che reagivano con tono energico, allegro e positivamente meravigliato ai progressi dei bambini ad aver maggior successo.
Insomma, un energico “WOW fantastico, Filippo è un campione!!!” è più efficace di un posato “Bravissimo Filippo, ben fatto!”. Lettura o no, credo si possa applicare a tutte le conquiste dei nostri piccoletti.
Numero 2: smettere prima che il bambino si sia annoiato. Come genitore, mi sono sentita molto gratificata dalle parole che l’autore spende sulla potenza dell’intuito e della determinazione materna/paterna. Tra le altre qualità, Doman spiega che un genitore riconosce la stanchezza-noia del suo bambino, prima che si manifesti. E consiglia di affidarsi a questo istinto per chiudere le sessioni qualche attimo prima che il bambino lo voglia.
Spiegazione del metodo Doman (potrebbe esserci qualche imprecisione perchè non ho il libro con me in questo momento. L’ho prestato a nonnodifilippo a cui ho proposto di fare da insegnante…).
Cosa serve: cartoncino bianco, lettere adesive di grandi dimensioni rosse e nere oppure pennarelli rosso e nero per disegnarle oppure lettere stampate da incollare (basta usare Word e un carattere ben definito come Arial o Antique Olive ecc.)
Le prime parole da insegnare sono mamma e papà. Saranno scritte con caratteri molto grandi rossi su un cartoncino di dimensioni 20X60 cm circa.
Poi si insegnano le parole relative all’io del bambino, ovvero le parti del corpo: dito, naso, orecchio ecc.
Si insegnano prima tutte le parole con 4 lettere, poi quelle con 5 e così via.
Poi si passa alle parole relative alla famiglia (sorella, fratello, zio..)
Quindi le azioni (giocare, mangiare, ecc)
Le prime frasi (Io sono Filippo. Tu chi sei?)
Poi si sceglie un libro con massimo 250 parole. Si insegnano tutte le parole del libro. Per poi passare alla lettura del libro.
Solo alla fine, si insegnerà l’alfabeto. Poichè le lettere dell’alfabeto sono “astratte”, infatti, impararle è più difficile. Invece, risulta più semplice imparare dei “segni” che corrispondono a persone od oggetti concreti e vicini al quotidiano del bambino.
Tempo: circa 20-25 minuti al giorno, suddivisi in 4/5 sessioni da 4/5 minuti
Dove: in qualsiasi luogo tranquillo. Un angolo della casa con poche “distrazioni” come giocattoli, quadri, televisioni/radio accese ecc.
Come si fa: con gioia, divertimento e senza alcuna ansia da prestazione. Qualsiasi risultato si ottenga, anche una sola parola, sarà comunque un regalo. Se il bambino non imparerà nulla, avrà comunque passato 5 minuti di piacevole gioco. Questo è lo spirito. Nessuna gara, nessuno spettacolino da circo…
La prima parola da insegnare è mamma. Si mostra al bambino il cartellone dicendo: “Questa parola significa mamma”. Si permette al bambino di osservarla qualche secondo. Poi si mette via. E si gioca allegramente con il bambino 2-3 minuti. Poi si riprende il cartellone e si mostra nuovamente. Fine della sessione. La stessa sequenza viene ripetuta durante la giornata.
Dopo qualche giorno, si prova a verificare se il bambino ha imparato. Alla terza seduta della giornata, si mostra il cartello e si chiede: “Cosa significa questa parola?”. Si aspettano 10 secondi. Se il bambino risponde “Mamma” si fa una gran festa.
Se il bambino non risponde correttamente, senza alcun tono deluso, si dice “Questa parola significa mamma”. E si riprova più in là.
Quando il bambino ha imparato una parola, si passa alla successiva. E quando ne ha imparate due, con lo stesso metodo si verifica se le distingue. E così via.
Per i bambini più piccoli: se il bambino ancora non parla, per verificare se il bambino ha imparato basta chiedergli di “indicare” la risposta. Per esempio, Filippo non dice mamma, ma se io gli dico mamma lui “manda i baci”. Quindi, immagino che se imparerà la parola mamma, nel vederla e riconoscerla forse potrebbe fare lo stesso.
Altri post sui libri di Glenn Doman: da genitori crescono, dal sito del moige
Link al sito dell’Istituto per il Raggiungimento del potenziale umano Europa Onlus (NB. Glenn Doman è un medico neurologo. Il suo lavoro si è focalizzato sui bambini con lesioni celebrali.
L’Istituto è dedicato a questo tema)
Wikipedia
Letture
marzo 31, 2011 § 3 commenti
Le storielle di Mamma Oca, di Richard Scarry. Questo il mio libro preferito da piccola. Consumato e stropicciato in ogni pagina per le volte che è stato letto e sfogliato. La mia mamma ci ha fatto una bellissima sorpresa e qualche giorno fa lo ha regalato a Filippo. Non quello nuovo, ma proprio il mio! Quando l’ho sfogliato, ho avuto l’impressione di essere ancora lì, nella mia cameretta, da piccola, a contare i conigli nello scarpotto.Oggi si conclude la fiera del libro per i bambini. I libri sono delle bacchette magiche. Tutti i bambini dovrebbero esserne pieni. Anche appena nati.
due libretti in bianco e nero, velocemente scaricabile e stampabile.
Inoltre su questo sito ho trovato delle bellissime idee per “librerie” originali per bambini.
Qui di seguito riporto alcuni consigli sul tema che ho trovato sul sito dell’Agenzia Regionale della Sanità del Friuli Venezia Giulia
Prendete l’abitudine di frequentare con il vostro bambino la biblioteca.
Buona lettura!
Bilingue per gioco
marzo 21, 2011 § 1 commento
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| by Getty Image |
C’è un unico regalo che vorrei davvero a tutti i costi fare a Filippo. Insegnargli le lingue. Mi sembra come potergli offrire una chiave universale per aprire tantissime porte. Per poter leggere l’intensità di un poeta, per avere amici diversi, per sentirsi a proprio agio nel mondo. Mi piacerebbe essere una mamma bilingue, come la mia amica Anna, che parla tutto il giorno con il suo Maximilian in tedesco oppure avere un marito/nonna/zio che gli parli in francese, come alla piccola Benedetta. Ma io, papadifilippo e tutta la filippo-famiglia siamo romanissimi. Come (e cosa) fare, allora?
Sul suo sito,


