Trasferte

omy 2La prossima settimana devo andare fuori città per lavoro. Quando Filippo era piccolo non lo avvertivo mai, prima di assentarmi. Una mia amica, allevatrice di cani, mi aveva suggerito di non esagerare mai nei saluti, perchè drammatizzare il distacco, insospettisce l’animale sulla certezza del ritorno del suo padrone. “Se ti assenti per pochi minuti per andare a fare la pipì, non lo saluti mica”. Mi ero convinta della veridicità di questa teoria. E della sua validità anche per i bambini.

Invece, ora che è più grande, preferisco prepararlo. Spiegargli quando vado via, cosa farà mentre non ci sono, cosa farò io. Quando ci rivedremo.

Ovviamente la sua domanda è una sola: “Mamma, me lo porti un regalo?”.

A me il regalo piacerebbe farglielo prima, per consolarlo del fatto che siamo lontani. Per esempio, regalargli una meravigliosa e gigante mappa da colorare. Magari della città in cui mi troverò. Così, intanto che colora, io sono tornata.

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p.s. quando siete fuori casa per qualche giorno per lavoro (o per piacere!), cosa cosa organizzate per i vostri bambini? preparate scorte di cibo? dettagliate istruzioni appese al frigorifero? io lascio tutto alla gestione paterna, eccetto i vestiti per Antonia. Per lei preparo un cambio completo, per ogni giorno!

p.s. le mappe nelle foto sono di Omy

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#MumsBeautifulWords

believe yourself

Ho avuto l’opportunità di leggere una ricerca (The beauty of Mothers Words*) che descrive le parole che si scambiano mamme e figlie di tutto il mondo. L’augurio più frequente di una mamma a sua figlia è “Sii te stessa” e “Credi in te stessa”. Sono auguri in cui mi rispecchio molto. Aggiungerei anche “Accettati, sii felice per quello che sei”. Invece, nutro qualche dubbio su “Fai ciò che ti rende felice”. Perché é un impegno verso se stessi, spesso, difficile e doloroso. Perchè bisogna avere costanza e determinazione per guardarsi dentro. Sincerità e sentimento per capire cosa si vuole davvero. Coraggio e spensieratezza per seguirlo senza remore e paure. Non sarebbe meglio vivere con la sana ed allegra leggerezza? Insegnare ai nostri figli di esser felici per quello che c’è da gioire. D’esser tristi per quel che ci fa disperare.  Anche “Vivi la tua vita al massimo” mi lascia un po’ perplessa. Io ci provo. Inseguendo le occasioni, buttandomi nelle avventure. Nel lavoro. Nelle amicizie. Nelle passioni. Ho insegnato a Filippo che dire “non ci riesco” è una parolaccia. E che noi “non molliamo mai”. Ma non sarebbe più sano e rilassante prendersela comoda?

D’altro canto, la lista degli auguri, che le figlie vorrebbero trasmettere alle proprie figlie comprende “Sii paziente, sii calma”. Forse sono già più saggie delle mamme!

*”The beauty of Mothers Words” è uno studio condotto su scala mondiale da un marchio di creme di bellezza, Olaz; un marchio a cui sono molto legata, per il mio vissuto professionale e personale. Ho avuto modo di testare tutta la linea in lungo ed in largo, di analizzare gli studi clinici a confronto con altre marche e capire il livello di qualità dei prodotti (molto alto!) in relazione al prezzo di vendita (assolutamente accessibile!). Non dico altro!

Orsetti del cuore

orsetti del cuore ZARA

Ieri davo un’occhiata ai nuovi arrivi da Zara ed ho notato un vestito con una grande stampa “Orsetti del Cuore”. Ho un vaghissimo ricordo di Orsetti del cuore. So che è li da qualche parte, vicino al ricordo del profumo delle gomme da cancellare di ogni forma e colore che aveva la mia vicina di banco. Insieme al ricordo del colore del divano nel salatto a casa dei miei nei lontanissimi anni 80.

Mi sono incuriosita e ho scoperto sul sito di Cartonito che esiste un Orsetti del Cuore, seconda generazione. I nuovi orsetti sono un po’ come i nostri figli. Hanno la faccia molto più sveglia. Sono più slanciati. Meno sdolcinati, più consapevoli.

Un restyling molto simile a quello dei My little pony.

Mi domando se questi continui rilanci dei personaggi del passato sia più furba o sadica. Che quando hai un bambino/a dai 3-4 anni in sù inizia un continuo confronto con il tuo passato. Che è difficile avere ricordi di quando si avevano 1-2 anni. Ma del periodo dell’asilo si ha una visione più netta. Soprattutto quando inizi a riviverla insieme al tuo bambino, che gioca, parla, pensa, interagisce con i tuoi genitori, più o meno come facevi tu alla sua età.

Se poi anche i cartoni alla TV o i giochi sono gli stessi!

E’ come se di un tratto tutto si mettesse a fuoco. E immagini che credevi non esistessero più nella tua testa, tornassero così vivide da farti pensare di essere ancora lì. Ancora sulla scalinata di via Elpide, che porta fino al tuo asilo. Ancora a sognare di poter decidere di indossare le calosce e non mangiare la fettina di carne. Ancora davanti alla tua Barbie.

Tutti questi ricordi sono un regalo che ti fanno i tuoi figli, che sanno trovare dentro di noi, ciò che anche noi non sapevamo di avere.

Cosa si fa per i figli!

La scorsa settimana, mi sono ritrovata a scendere a piedi su una (lunghissima!) pista da sci per vedere il mio piccolo eroe cimentarsi nella sua prima gara di sci. E’ stata una passeggiata francamente faticosa. Una di quelle cose che “io non farei mai”. O comunque farei lamentandomi e piagnucolando per tutto il tempo, prima, durante e dopo. Papàdifilippo ed i miei amici mi hanno lodato e un po’ preso in giro: “Cosa non faresti per Filippo!”.

Vedrai, cosa non si fa per i figli!” è una frase che quando ero piccola mio papà mi diceva sempre. Una di quelle sequenze di parole, che ti passano attraverso le orecchie, senza un vero peso specifico, fino a quando, non accumuli il tuo “materiale umano” con cui dargli sostanza.

Oggi, guardo me, i miei amici, le mie amiche e la capisco. Si superano costantemente i propri limiti. Si cerca di essere socievoli e fare amicizia con altre mamme, altri papà, altri bambini, anche quando la nostra natura è di orsi di montagna. Si partecipa a feste terribili, con animatori senza scrupoli che alzano la musica al massimo pur di stordire e tenere a bada quella manica scatenata di bambini. Ci si adatta a stili di viaggio e di vacanze diverse. Si sceglie un quartiere dove mai avremmo pensato di vivere. Si mette da parte l’ambizione, i sogni inseguiti fino al giorno prima. In una continua battaglia tra chi sei e chi vuoi essere per il bene dei tuoi bambini.

Biancalatte

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Gia’ lo scorso anno vi parlavo di Chiara, Bianca e Biancalatte. Della sua fantasia, della sua energia e del suo talento. La sua collezione PE2015, conferma e riafferma in ogni sua cucitura, quel mix unico di saper fare e saper immaginare. E non sono solo i vestiti a piacermi. Sono quei capelli spettinati. Quel fare gentile. Quell’essere moderni ma assolutamente bambini. Il muso imbronciato.

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La bimba ritratta in queste fotografie è Bianca, piccola musa del mondo Biancalatte. La gonna color tobacco è in tulle. Il vestito rosa è double face in jersey e chiffon di seta, l’abito grigio è di felpa e i pois sono glitter. L’abito millerighe è in cotone. Tutto è fatto a mano con amore e con qualità. Quella vera dei tessuti scelti e della fattura ben fatta, da non temere nè gelati ne lavatrici. Che i vestiti da bambini sono fatti per sognare, stare comodi e sporcarsi.

Qui di seguito i negozi dove potete trovare Biancalatte: I sogni son desideri a Arenzano, Alta Moda Bellotti a La Spezia, Simpatiche Canaglie a Borgo di Val di Taro, La culla a Thiene, Mezzanotte store, Milano, Mamà a Modena, Happy Days a Parma, Monpetite a Cesena. E poi Spillo a Sassuolo, Yanni a Roma, Mara ad Avellino e Bubba a Napoli.

Qui invece il link a Biancalatte su Instagram.

Del tiralatte, della libertà e delle emozioni di un padre

Filippo biberon chicco

Quando guardo “Ostetriche, quando nasce una mamma“, ciò che mi tocca maggiormente le corde del cuore, non sono quegli esserini così piccoli, né la voce rotta delle mamme. Sono i papà. Attenti, teneri, premurosi. Emozionati.

Ieri, mi sono ricordata come il tiralatte (già simbolo di libertà e spensieratezza per una mamma come il motorino lo è per una quindicenne!) sia, in effetti, uno strumento importante anche per un papà!

Il tiralatte è stato una bacchetta magica che mi ha permesso di partecipare, quando Filippo aveva ancora pochi mesi, a una riunione di lavoro cui tenevo tantissimo. Un meeting interminabile, durante il quale in un momento di pausa, mi son chiusa nel bagno dell’ufficio a tirarmi il latte, per evitare che le tette mi esplodessero.

E’ stato un compagno fidato, grazie a cui, accumulavo nel frigo file e file di biberon di latte congelato. Ed uscivo. A prendermi un gelato. A fare una passeggiata. A pranzo fuori. Senza dover necessariamente portare con me Filippo. O allattarlo in pubblico, che sebbene sia naturale, non mi è mai piaciuto molto (e durante l’inverno non è esattamente pratico!).

A volte usavo la mia scorta anche solo per prendermi una pausa. Per mantenere una maglietta pulita per più di tre ore di seguito. Per sentirmi per qualche ora solo “io” e non una mamma (o una mucca!). Per allontanare quella specie di senso di claustrofobia che mi prendeva certi giorni in cui essere diventata mamma mi sembrava una pericolosissima minaccia alla mia libertà.

Perché le scene di allattamento dolcissime, il senso di perfezione per quell’essere piccolissimo attaccato a te, fanno l’altalena con il sonno, la stanchezza, la voglia di fare altro, di sentirsi completamente liberi e slegati. Che essere madri e padri è una continua contraddizione. L’esaurimento più dolce che si potesse inventare.

Il tiralatte è stato importante anche per papàdifilippo. Con un biberon in mano, un padre è potente come una mamma. E davvero si sente di poter far tutto per suo figlio. E può provare quel “bonding” unico di guardare negli occhi il suo bambino mentre mangia.

Il tiralatte mi ha aiutato a fare qualcosa di buono per me e per la mia famiglia non solo nello spirito, ma fisicamente. Sono riuscita a gestire alcuni piccoli ingorghi che mi hanno assillato nelle prime settimane di allattamento e che temevo (fortemente temevo!) potessero causarmi una mastite. Il modello più adatto alle mie esigenze me lo consigliò l’ostetrica che mia aveva seguito durante il corso pre-parto e che mi ha insegnato come allattare il mio bambino.

Invece, mia cugina, mi suggerì, di sfruttarlo per fare qualcosa di buono anche per altre mamme ed altri bambini. Donare il mio latte alla banca del latte presso l’Ospedale Pediatrico del Bambin Gesù (informazioni, qui).

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Ostetriche, quando nasce una mamma“, è una nuova trasmissione in onda il giovedì su Real Time realizzata in collaborazione con il centro di ricerca Osservatorio Chicco per riflettere sulle piccole e grandi difficoltà del diventare genitore e sull’importanza di avere un aiuto professionale e concreto durante le prime settimane di vita del bambino.

Questo post fa parte delle “Storie di allattamento”, un progetto sponsorizzato da Chicco che ha come obiettivo la condivisione delle proprie esperienze sull’allattamento con chi è alle prese con questa fase così importante e impegnativa della propria esperienza da mamma.